Pagina dedicata a Evgenij Evtušenko

Questa lunga pagina costruita da Arpa eolica  oggi 2 aprile 2017

È dedicata al poeta  Evgenij Aleksandrovič Evtušenko  e contiene le poesie che abbiamo trovato in rete – in una giornata di ricerca. 

L e riportano così come trovate corredandole rispettosamente di tutti  i link dei vari siti di provenienza.  E’ un invito alla conoscenza o alla rilettura di questo grande poeta russo deceduto ieri.


Voglia il cielo

Voglia il Cielo che torni la vista ai ciechi
e si raddrizzino le schiene ai curvi.
Voglia il Cielo farci essere un po’ Dio, solo un po’,
ma essere solo un po’ corcifissi non si può.

Voglia il Cielo non farci attaccati al potere
nè falsamente eroi
e farci essere ricchi, ma ladri no,
naturalmente se è possibile ciò.

Voglia il Cielo farci vecchie volpi,
che cadano in nessuna tagliola,
e non farci né vittime, né boia,
mendicanti neppure, né signori.

Voglia il Cielo che siano poche le ferite,
nel caso di una grossa rissa,
e che tanti paesi possiamo avere
senza però il proprio dover perdere.

Voglia il Cielo che la nostra terra
non ci prenda a pedate.
Voglia il Cielo che le mogli ci amino,
anche se scalcinati.

Voglia il Cielo che ai falsi si serri la bocca,
udendo voce divina in un grido infantile,
che Cristo ravvisiamo nei vivi,
sia in volto d'uomo, sia femminile.

Non la croce portiamo - l'empietà
e come miseramente ci curviamo.
Per non avere in tutto sfiducia piena,
voglia il Cielo Dio in noi, anche se appena.

Voglia il Cielo che tutto abbiamo tutti,
e subito, perché non ci sia offesa.
Tutto sì, ma solo ciò per cui
non dobbiamo vergognarci poi.

1990

Uomini

Non esistono al mondo uomini non interessanti.
I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità
e non ha un pianeta che gli sia simile.
E se uno viveva inosservato
e amava questa sua insignificanza,
proprio per la sua insignificanza
egli era interessante tra gli uomini.
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è l’attimo felice.
C’è in quel mondo l’ora più terribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.
Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,
e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.
Rimangono certo i libri, i ponti,
le macchine, le tele dei pittori.
Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.
È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.
Ricordiamo gli uomini, terrestri e peccatori,
ma che sapevamo in fondo di loro?
Che sappiamo dei fratelli nostri, degli amici?
Di colei che sola ci appartiene?
E del nostro stesso padre
tutto sapendo non sappiamo nulla.
Gli uomini se ne vanno… e non tornano più.
Non risorgono i loro mondi segreti.
E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.
1961
(Traduzione di Sandra Grotoff)

RIBES NERO

Occhi neri di ribes nero
come dense gocce della notte
guardano e inconsapevoli domandano
o di qualcuno o di qualcosa.
Caverà lesto il tordo saltellante
gli occhi neri di ribes nero,
ma i gorghi del vortice conservano memoria
di qualcuno o di qualcosa.
Non penetrate nella memoria delle amate.
Temete quei vortici abissali, perfino
la vecchia tua blusa, non di te si ricorda, ma
di qualcuno o di qualcosa.
E dopo morto vorrei onestamente sempre vivere
in te, come qualcuno no, come qualcosa,
che ti rammenti, linea d’orizzonte,
solo qualcosa, solo qualcosa.

Monologo dell’uomo di dopodomani

Non avevano un partito Adamo ed Eva,
l’arca fu ideata dall’apartitico Noè.
Tutti i partiti, con sorrisetto maligno,
l’inventò il diavolo — ha cattivo gusto.
E forse nel cuore della mela stessa,
qual verme era rinchiusa — verme e serpente in una
la politica — professione di origine diabolica
e gli uomini sono inverminiti poi.
La politica inventò la polizia,
la politica inventò i capi,
contò la persona viva con l’unità
e suddivise gli uomini in partiti.
Dov’è della vedova il partito, del mutilato, del pellegrino,
del bambino e della famiglia il partito dov’è?
Dov’è il confine tra Magadan e Majdanek,
e tra Oswiecim e Songmi?
Un giorno, un giorno, un giorno,
ai trisnipoti dei tempi odierni tutti i partiti
verranno a mente come remota cosa,
come selvaggia, stragrande Babilonia.
E un mondo ci sarà senza mutilati sul sagrato,
senza storpi morali al potere,
e un unico partito in esso:
il suo semplice nome — uomo.

Ti ho amato

Ti ho amato al suono di Piazzolla,
e con lo scricchiolìo di lenzuola inamidate,
e sotto il fruscio dei girasoli,
al suono di Armstrong
e al suono di Rachmaninov.
Al risuonare di Glenn Gould.
di Saša Izbiter
di João Gilberto
e sotto lo sgocciolio di statue bagnate
e di colori non asciutti del cavalletto.
E in un pagliaio
al sorgere del sole con i galli,
dove, destatomi,
io ti volevo,
e nel doppio respiro
di due corpi come uno solo.

La terza neve

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile.
Sospirammo
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo…
E la neve venne,
venne verso sera.
Essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento.
e nel volo
oscillava.
A falde sottili come lamine.
fragili,
era confusa di sé stessa.
La prendevamo delicatamente nelle mani
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?
Ma la neve ci rassicurava:
Verrà, io lo so,
verrà la neve vera.
Non vi turbate
mi scioglierò,
non inquietatevi
subito… .
Dopo sette giorni
venne la neve nuova.
Non venne
precipitò.
Cadeva cosi fitta, da non potere
tenere aperti gli occhi.
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.
Con pervicace ostinazione
voleva inseguire il trionfo
perché tutti dicessero concordi:
si, è lei, la neve
vera. Che non dura un sol giorno,
o due.
Ma disperò di sé, non resistette
e si diede per vinta.
E se non si scioglieva tra le mani
si scioglieva
sotto
i piedi…
E noi inquieti, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l’orizzonte: quando
quella vera verrà?
Perché era tempo,
era tempo…
E un mattino,
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora,
d’improvviso aperta la porta,
meravigliati, la calpestammo.
Posava, alta e pulita
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
fittissimamente di sé sicura.
Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.
Era davvero tanta,
ed era davvero bella.
Cadeva e cadeva
nel baccano dell’alba
fra il rombo delle macchine e lo sbuffare
dei cavalli
e sotto i piedi non si scioglieva.
anzi diventava più compatta.
Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne era abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L’aspettavamo.
Era venuta.

Io ti imploro

Io ti imploro, nel silenzio più silenzioso,
ti imploro quando la pioggia batte sul tuo tetto,
o la neve scintilla sui vetri delle tue finestre,
mentre tu giaci tra il sonno e la veglia,
pensami nelle notti di primavera
e pensami nelle notti d’estate,
pensami nelle notti d’autunno e
pensami nelle notti d’inverno.

Sempre si troverà una donna

Sempre si troverà una donna,
che, fredda e lieve,
compatendo e un poco amando,
ti plachi come un fratello.
Sempre si troverà la spalla di una donna
dove, abbandonata la testa scapestrata,
tu possa respirare con ardore
e a cui possa affidare il tuo ribelle sonno.
Sempre si troveranno gli occhi di una donna
che, smorzando il tuo dolore,
in parte almeno, se non proprio tutto,
vedano la tua sofferenza.
Ma c’è una mano
che ha particolare dolcezza
quando la fronte tormentata sfiora,
come l’eternità e il destino.
Ma c’è una spalla
che, un mistero il perché,
in eterno ti è data, non per una notte sola,
e questo tu da tanto l’hai capito.
Ma ci sono occhi
che appaiono sempre tristi,
e sono gli occhi del tuo amore e della tua coscienza,
fino ai tuoi ultimi giorni.
Ma tu vivi malgrado te stesso,
e quella mano, quella spalla,
quegli occhi tristi non ti bastano…
Quante volte in vita li hai traditi!
Ma eccolo, arriva, il castigo.
<<Traditore!>> – ti schiaffeggia la pioggia.
<<Traditore!>> – i rami ti sferzano il viso.
<<Traditore!>> – rimbalza l’eco nel bosco.
Ti rattristi, ti agiti, ti tormenti.
Non saprai perdonare tutto questo a te stesso.
E solo quella mano diafana perdona,
anche se grave l’offesa,
e solo quella spalla stanca
perdona adesso e perdonerà ancora,
e solo quegli occhi tristi
perdonano quello che non si può perdonare.

Ho infilato a un ramo una poesia

Ho infilato a un ramo una poesia,
che lotta e non si lascia afferrare
dal vento.
Mi chiedi: <<Sfilala, non scherzare>>.
La gente passa. Guarda. Si stupisce.
L’albero brandisce la poesia.
Non dobbiamo discutere. Dobbiamo proseguire.
<<Ma non te la ricordi>>. – <<E’ vero,
però domani te ne scriverò una nuova.
Vale agitarsi per simile sciocchezza!
Non pesa certo al ramo una poesia.
Te ne scriverò quante ne vorrai.
Per ogni albero – una poesia!>>
Ma più avanti, come saremo?
Questo forse presto lo dimenticheremo?
No, se andando avanti diverrà difficile,
ci sovverrà di dove, in piena luce,
un albero brandisce una poesia,
e sorrideremo: <<Dobbiamo proseguire>>.


Non capirsi è terribile

Non capirsi è terribile –
non capirsi e abbracciarsi,
ma benchè sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.
In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere.

Tra vergogna e paura

E allora, aquila bicipite,
verso dove abbiamo preso il volo
con una ignominiosa nuova gloria,
verso le tormente cecene?
Là, per vergogna e paura,
sulle vette guardarsi
negli occhi l’un l’altra
due teste aquiline non potranno.
Chi ti strappò le penne
sopra ceneri e polvere?
No, non fu scelta aquilina –
tra
vergogna e paura.

Tu non hai affatto capito

Tu non hai affatto capito,
mia coscienza esigente, che è solo per debolezza
se adesso ho bisticciato con te.

E non hai affatto capito,
quando con disprezzo ti sei vendicata,
che causa di debolezza
non impudenza fu - stanchezza.

E non mi hai capito,
e forse io non ho capito te,
quando ti ho porto la mano
e tu non mi hai porto la tua.

Ma molto bene hai capito
che è la disperazione a portarci
alla perdita del confine, fatale,
tra le forze del bene e del male...

Nel parco

Per i labirinti del parco
tu e io andavamo.
Tutto in quel mezzogiorno, ci rallegrava:
l'arco che si curvava sul padiglione,
le attrazioni, la calca agli sportelli della biglietteria,
il luccicante lindore dei praticelli rasati e
presso il tirassegno due filari d'acacie.
Sulla facciata
di uno stand presso un laghetto
i cartelloni del film Constantin Zaslonov,
il vestitino di una ragazzetta tutto svolazzi e falpalà;
volti balenanti tra la ressa, il frullare di uccelli
che prendono il volo,
gelati Eskimò in involucri
argentati su bancarelle blu...
Tu e io andavamo sempre più felici
sorridendo ai bambini,
agli uccelli
ai fiori alle erbe,
quando improvvisa
(venuta da chissà dove!)
la pioggia
si rovesciò a scroscio sul nostro capo.
Con passo schioccante, sollevando alti spruzzi
attraverso i prati,
respirando ozono,
la pioggia camminava,
e noi correvamo per non farci raggiungere.
Con un'allegra caccia all'uomo, l'acqua
galoppò dietro a noi,
urtando contro i rami,
ora raggiungendoci,
ora di nuovo perdendoci...
E in un chioschetto dal vento avvolto
con una rete diafana di fili,
dove le gocce saltavano
in una danza frenetica,
in mezzo a trasparenti lustrini
di cascatelle d'acqua,
noi alzammo gli occhi,
e l'inchiostro dei nostri sguardi
fu
una dichiarazione d'amore.
Poi l'acquazzone cessò
Come era venuto, tutt'a un tratto...
il rombo del tuono morì in lontananza
con le sue ultime salve...
Il profumo dei lillà dischiusi
si confondeva con l'odore della terra.
Scintillava la sabbia.


Vanno i fiocchi candidi

Vanno i fiocchi candidi
come scivolando su un filo...
Vorrei vivere, vivere al mondo,
ma, certo, non si può.

Di qualcuno le anime, dissolvendosi
laggiù, senza traccia,
come neve candida
salgono al cielo dalla terra.

Vanno i fiocchi candidi...
E io pure me ne andrò.
Non mi rattrista la morte
e l'immortalità non m'aspetto.

Non credo nel miracolo.
Non sono la neve, ne una stella,
e mai più sarò, mai, mai più.

E, peccatore che sono, penso:
chi dunque sono stato,
nella mia vita precipitosa
che cosa ho amato più della vita?

Ho amato la Russia
con tutto me stesso:
i suoi fiumi in piena
e coperti di ghiaccio,

il respiro delle sue casette,
il respiro delle sue pinete,
il suo Puskin, il suo Stenka
e i suoi vecchi.

Se la vita non è stata dolce,
non me la son presa troppo.
Che fa se ho vissuto da incoerente:
per la Russia ho vissuto.

Pieno di ansie segrete
io mi struggo nella speranza
di avere un tantino
aiutato la Russia

Che essa mi dimentichi pure,
senza affanno per me;
ma che essa rimanga
per sempre, per sempre...

Vanno i fiocchi candidi,
come andarono sempre:
al tempo di Puskin e di Stenka,
come andranno dopo di me.

Vanno i grandi fiocchi
di un biancore accecante,
di me e degli altri
spazzando via le tracce...

Non ho il potere di farmi immortale,
ma ho una sola speranza:
se la Russia vivrà,
con lei vivrò anch'io.

1965

Solitudine

Che vergogna andare al cinema da solo
senza un amico, senza un'amica, senza moglie,
là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
e tanto lunga la loro attesa.

Che vergogna
in questa interiore guerra dei nervi
davanti alle coppiette beffarde del foyer
in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
come se ci fosse di che restar confusi...
Noi,
fuggendo la solitudine
e l'angoscia
ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
ti perseguiteranno fino alla tomba.

Le amicizie si formano in modo assurdo:
gli uni si danno al bere senza una ragione,
gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce,
e c'è pure chi
sembra occupare il tempo in discussioni astratte,
ma di fatto
si somigliano tutti tra di loro...
Molte son le forme della vanità!
O l'una,
o l'altra chiassosa compagnia...
Non saprei a quante di queste
io sia riuscito a sfuggire!

E come caduto in un nuovo tranello,
sono riuscito a sfuggire,
lasciandovi il pelo,
sono sfuggito!
Mi sei dinanzi, vuota libertà...
Perché diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara
e insieme odiosa,
come una moglie non amata e fedele.
E tu, amata mia,
come stai tu?
Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici
e le tue bianche, splendide spalle?
Pensi certo che io mi vendichi,
che in qualche parte mi precipiti in taxi,
ma se anche lo facessi
dove scenderei?
Eppure non potrei liberarmi di te!
Con me le donne si rinchiudono in sé,
perché sentono
d'essermi ora del tutto estranee.
Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro,
a te appartengo...
Or non è molto sono stato da una
in una brutta casupola di via Sennàja.
Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni.
Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche,
rilucendo con le sue pantofoline bianche,
sedeva una donna, severa come una bambina.
Avevo così facilmente ottenuto il permesso
di venire,
che ero sicuro di me
e troppo inebriato, come oggi si usa
e le avevo portato non fiori, ma vino.
Ma tutto apparve molto più complicato...
Ella taceva
e modestamente due goccette trasparenti,
due orecchini,
brillavano sui suoi lobi rosati.
E, come sofferente, guardandomi confusa,
sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata:
"Vattene...
È meglio di no... Lo vedo,
non sei mio, ma suo..."
Mi amava una ragazzetta
dalle maniere rudi, da maschiaccio,
con un ciuffetto sbarazzino
e gli occhi trasparenti,
pallida di paura e tenerezza.
Eravamo in Crimea.
C'era di notte un temporale
e la ragazzina
al bagliore dei lampi
mi sussurrava:
"Mio piccolo!
Mio piccolo!"
e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era spaventosamente solenne,
il tuono
e il gemito sordo del mare, quando all'improvviso ella,
con una lucidità tutta femminile, mi gridò:
"Non sei mio!
Non sei mio! »
Addio, mia amata!
Io sono tuo, cupo
e fedele,
e la solitudine
è la più fedele di tutte le fedeltà.
E non importa se sulle mie labbra non fonde più
la neve d'addio del tuo monchino.
Grazie alle donne
belle e infedeli
per tutto ciò che è durato un istante, per quell'addio!
che non è un "arrivederci!",
perché, fiere come regine nella loro menzogna,
ci regalano delle dolci sofferenze
e i magnifici frutti della solitudine.

1959

Non t'amo più

Non t'amo più... È un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perché recitare!
Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
perché ti dai tanta pena e perché io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
lo lasci passare tu, e raschia la mia porta,

C'è da impazzire, con questo dimenio continuo...
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto...
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo Ottuso "Un amore salvato".

È fin dall'inizio che bisogna difendere l'amore
dai "mai" ardenti e dagli ingenui "per sempre!".
E i treni ci gridavano: "Non si deve promettere!".
E i fili fischiavano "Non si deve promettere!".

I rami che s'incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l'ottimismo totale,
che per la speranza c'è più posto senza grandi speranze.

È meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
E' meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l'amore d'un momento.

È meno crudele non ripetere "ti amo", quando tu ami.
È terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

Non bisogna promettere... L'amore è inattuabile.
Perché condurre all'inganno, come a nozze?
La visione è bella finché non svanisce.
È meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.

Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più. Perdonami d'averti amato.

1966

Sono Gagarin, il figlio della terra

Io sono Gagarin.
Per primo ho volato,
e voi volaste dopo di me.
Sono stato donato
per sempre al cielo, dalla terra,
come il figlio dell'umanità.
In quell 'aprile
i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
coperte di muschio e di ruggine,
si riscaldarono
per le lentiggini rossigne di Smolensk
salite al cielo.
Ma le lentiggini sono tramontate.
Quanto mi è terribile
non restare che un bronzo, che un'ombra,
non poter carezzare né l'erba, né un bambino,
né far scricchiolare il cancelletto d'un giardino.
Da sotto la nera cicatrice del timbro postale
vi sorrido io
con il sorriso ch'è volato via.
Ma osservate bene cartoline e francobolli
e capirete subito:
per l'eternità
io sono in volo.
Mi applaudivano le mani dell'intera umanità.
La gloria tentava di sedurmi,
ma no, non c'è riuscita.

Sulla tetra mi sono schiantato,
quella che per primo ho visto tanto piccola,
e la terra non me l'ha perdonata.
Ma io perdono la terra,
sono figlio suo, in spirito e carne,
e per i secoli prometto
di continuare il mio volo
al di sopra al di sopra dei bombardamenti,
delle tele-radiomenzogne,
che la stringono con le loro volute,
al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente
ballano lo streep-tease
per i soldati nel Vietnam,
al di sopra della tonsura
del frate
che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,
al di sopra della censura
che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti...

C'è chi
è in volo
nel simun vorticoso di stelle.
C'è chi
si dibatte
nella palude da se stesso voluta.
Uomini, o uomini
ingenui spacconi,
pensate: non vi fa paura
alzarvi dal Capo che porta il nome dell'uomo che avete ucciso?
Vergognatevi di questo baccano da mercato!
Voi siete gelosi,
rapaci,
vendicativi.
Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!

Io sono Gagarin, figlio della Terra,
figlio dell'umanità:
sono russo, greco e bulgaro,
australiano e finlandese.

Vi incarno tutti
col mio slancio verso i cieli.
Il mio nome è casuale,
ma io non sono stato per caso.

Mentre la terra s'insozzava
di vanità e di peccato,
il mio nome cambiava,
ma l'anima no.

Mi chiamavano Icaro.
Giacqui nella polvere, nella cenere.
Mi aveva spinto verso il sole
il buio della terra.

La cera si sciolse, spargendosi qua e là.
Caddi senza salvezza,
ma un pizzico di sole
rimase stretto nella mia mano.

Mi chiamarono servo.
La rabbia mi pesava sulla schiena
mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,
danzavano sul mio corpo.

Io caddi sotto le bastonate,
ma, maledicendo la servitù,
mi costruii delle ali coi bastoni
dei miei torturatori!
Ad Odessa fui Utockin.
Fece uno scarto il duca,
quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero
si levò un cavallo volante.

Sotto il nome di Nesterov
girando sopra la terra,
feci innamorare la luna
col mio giro della morte.

La morte fischiava sulle ali.
È una virtù disprezzarla
e con Gastello imberbe
mi gettai in volo sul nemico.

E le ali temerarie
ardendo come un rogo, hanno protetto,
voi che foste allora ragazzi,
Aldrin, Collins, Armstrong.

E, sicuro della speranza
che gli uomini sono un'unica famiglia,
dell'equipaggio di Apollo
invisibile io ero.

Mangiammo dai tubetti,
avremmo brindato in viaggio
come sull'Elba,
ci abbracciammo sulla Galassia.

Il lavoro procedeva senza scherzi.
Era in gioco la vita
e con lo stivale di Armstrong
io scesi sulla Luna.

1969

Al mio cane

Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.

Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.

Ricordi, cane, c'è stato un tempo
quando una donna abitava qui.

E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,

e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.

Essa è lontana... Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.

Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!


Esorcismo

Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d'estate
pensa a me
Nelle notti d'autunno
pensa a me
Nelle notti d'inverno
pensa a me.
Se anche non sono con te, ma in un dove
lontano tanto, metti un'altra terra, -
sopra il lungo, fresco lenzuolo
riposa, supina come in mare,
all'onda calma e blanda abbandonata
con me, come con il mare, tutta sola.
Non voglio che pensi di giorno.
Il giorno metta pure tutto sottosopra
pervada di fumo e inondi di vino,
costringa a pensare a tutt'altro.
A ciò che vuoi puoi pensare di giorno,
ma di notte -
a me solo.
Senti, attraverso i fischi dei treni,
attraverso il vento che sfiocca le nuvole,
quanto, caduto in una morsa, mi necessiti
che nella così angusta stanza,
tu, per felicità e tristezza, socchiuda gli occhi,
serrate con le palme le tempie, fino a far male.
Ti supplico - nel silenzio più silenzioso
o sotto la pioggia che nell'aria scroscia
o sotto la neve che nel riquadro scintilla,
nel sonno già, ma ancora non nel sogno -
Nelle notti di primavera
pensa a me
Nelle notti d'estate
pensa a me
Nelle notti d'autunno
pensa a me
Nelle notti d'inverno
pensa a me.
(1960)


Babij Yar

Non c’è un momumento
A Babij Yar
Il burrone ripido
È come una lapide
Ho paura
Oggi mi sento vecchio come
Il popolo ebreo
Ora mi sento ebreo
Qui vago nell’antico Egitto
Eccomi, sono in croce e muoio
E porto ancora il segno dei chiodi.
Ora sono Dreyfus
La canaglia borghese mi denuncia
e mi giudica
Sono dietro le sbarre
Mi circondano, mi perseguitano,
mi calunniano, mi schiaffeggiano
E le donne eleganti
Strillano e mi colpiscono
con i loro ombrellini.
Sono un ragazzo a Bielostok.
Il sangue è ovunque sul pavimento
I capobanda nella caverna
Diventano sempre più brutali.
Puzzano di vodka e di cipolle
Con un calcio mi buttano a terra
Non posso far nulla
E invano imploro i persecutori
Sghignazzano “Morte ai Giudei”
“Viva la Russia”
Un mercante di grano
picchia mia madre.
O mio popolo russo
So che in fondo al cuore
Tu sei internazionalista
Ma ci sono stati uomini che con le loro
mani sporche
Hanno abusato del tuo buon nome.
So che il mio paese è buono
Che infamia sentire gli antisemiti che
senza la minima vergogna
Si proclamano.
Sono Anna Frank
Delicata come un germoglio ad Aprile
Sono innamorato e
Non ho bisogno di parole
Ma soltanto che ci guardiamo negli occhi
Abbiamo così poco da sentire
e da vedere
Ci hanno tolto le foglie e il cielo
Ma possiamo fare ancora molto
Possiamo abbracciarci teneramente
Nella stanza buia.
“Arriva qualcuno”
“Non avere paura
Questi sono i suoni della primavera
La primavera sta arrivando
Vieni
Dammi le tue labbra, presto”
“Buttano giù la porta”
“No è il ghiaccio che si rompe”
A Babi Yar il fruscio dell’erba selvaggia
Gli alberi sembrano minacciosi
Come a voler giudicare
Qui tutto in silenzio urla
e scoprendomi la testa
Sento che i miei capelli ingrigiti
sono lentamente
E divento un lungo grido silenzioso qui
Sopra migliaia e migliaia di sepolti
Io sono ogni vecchio
Ucciso qui
Io sono ogni bambino
Ucciso qui
Nulla di me potrà mai dimenticarlo
Che l’ “Internazionale” tuoni
Quando l’ultimo antisemita sulla terra
Sarà alla fine sepolto.
Non c’è sangue ebreo
Nel mio sangue
Ma sento l’odio disgustoso
Di tutti gli antisemiti
come se fossi stato un ebreo
Ed ecco perché sono un vero russo.

Babij Jar (russo Бабий Яр, Ucraino Бабин Яр, Babyn Jar) è un fossato nei pressi della città ucraina di Kiev. Qui, durante la Seconda guerra mondiale fra il 29 e il 30 settembre del 1941, nazisti aiutati dalla polizia collaborazionista ucraina massacrarono 33.771 civili ebrei. Nei due anni seguenti circa 90.000 ucraini, zingari e comunisti furono massacrati nel fossato. (Fonte Wikipedia)

“Venne verso sera”

La neve venne,
venne verso sera.
Essa scese
giù dall’alto dei cieli
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.
Era davvero tanta,
ed era davvero bella.
Cadeva e cadeva..
e sotto i piedi
volava
a seconda del vento
e nel volo oscillava.
Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno
ne era abbagliato.

La scuola di Beslan


Io sono uno che non ha mai finito una scuola in vita sua
Uno che ha sempre pagato per le malefatte altrui
ma ora vengo a te, Beslan,
per imparare davanti alle rovine della scuola tua.

Beslan, lo so, sono un cattivo padre io,
ma davvero dovrò assistere
alla fine di tutti i cinque figli miei
sopravvivendo nella vecchiaia per castigo?

Lo so, non sono in una città straniera
mentre cerco il mio cuore tra i fiotti del dolore
inciso goffamente col coltello
in quell'ultimo banco bruciato della scuola.

Che cosa sarai mai in Russia tu, o poeta?
Paragonato al tritolo, sei un moscerino.
E non abbiamo oggi scusa alcuna
se sulla terra tutto questo accade.

Come ad un tratto lì a Belsan tutto si fonde ancora:
l'inafferrabilità, il caos, l'orrore
l'imperizia di saper salvare senza fare vittime
e al tempo stesso tutte quelle storie di coraggio.

E il passato, guardandoci, trema
e il futuro, promessa innocente,
tra i cespugli si sottrae al presente
che gli spara alla schiena.

Ma la mezza luna abbraccia la croce.
Tra i banchi bruciati e tra i cespugli
come fratelli vagano Maometto e Cristo
raccogliendo dei bambini i pezzi.

Oh Dio dai tanti nomi, abbracciaci tutti!
Che davvero dovremo seppellire senza gloria
accanto ai bambini di ogni credo
noi stessi nel cimitero di Beslan?

Quando andavano i convogli in Kazakhstan,
stracolmi di ceceni ammassati l'un sull'altro,
il terrore futuro si stava generando là,
nel liquido amniotico di quei nascituri.

Laggiù, in quella prima culla sempre più cattivi,
si stringevano loro, felici di nascondersi così,
eppur sentivano attraverso il grembo della madre
il calcio dei fucili sulle teste.

E certo non pregavano Mosca
che li confinava nella steppa, dove tutto è piatto e spoglio,
come se per incanto sulla terra
Satana avesse cancellato i monti antichi.

Ma la lama ricurva della luna, lì
tra le fessure nei tetti delle case di terra
ricordava loro il segreto dell'Islam
tra gli slogan sovietici dell'inganno

E l'arroganza plebea di Eltsin,
e la fanfaronata di Graciov su quella "guerra-lampo"
li spinsero poi verso i primi attentati,
e allora alla guerra non ci fu più scampo...

Le kamikaze cecene portano esplosioni sul petto,
alla vita, e al posto della collana al collo.
E come sempre, tanti più morti si lasciano alle spalle
tanto più basso è il prezzo della vita.

Com'è cambiato il volto del firmamento,
la tenebra a Beslan esplode solo per i tank,
e ha sussultato al pensiero della fine
in quella scuola e in quel campo di basket laggiù
la mina innescata da Stalin.

Ma a niente serve la vendetta.
Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta.
Finché ci sono ancora bimbi vivi,
non ci dimentichiamo la parola "insieme".
Nessuno di noi è eroe da solo,
ma dinnanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.
Io sto insieme ai bambini bruciati.
Sono anch'io uno di loro...Uno della scuola di Beslan.

(traduzione di Nadia Cicognini)

http://salutoalsole.forumfree.it/?t=42743781

Arrivederci, bandiera rossa

Arrivederci, bandiera rossa-
           dal Cremlino scivolata giù
non come ti innalzasti,
                     agile,
                            lacera,
                                     fiera,
sotto il nostro esecrare
                     sul fumante reichstag,
sebbene pure allora
                        intorno all’asta, truffa si attuasse.
Arrivederci bandiera rossa...
                              eri metà sorella, metà nemica.
Eri in trincea speranza
                  unanime d’Europa,
 ma tu di rosso schermo
                        recingevi il GULAG
e sciagurati tanti
                             in tuta da carcerati.
Arrivederci, bandiera rossa.
                                Riposa tu,
                                                distenditi.
E noi ricorderemo
                            quelli che dalle tombe
                                                          più non si leveranno.
Gl’ingannati hai condotto
                                al massacro,
                                                        alla strage.
Ricorderanno anche te-
                               ingannata tu stessa.
Arrivederci, bandiera rossa.
                                       Non ci portasti bene.
Grondavi sangue
                           e te
                                       noi col sangue togliamo.
 Ecco perché adesso
                            lacrime non ci sono da detergere,
così brutalmente sferzasti,
                                       con le nappe scarlatte, le pupille.
Arrivederci, bandiera rossa...
                                    il primo passo verso la libertà
lo compimmo d’impulso
                                  sulla nostra bandiera
e su noi stessi,
                       nella lotta inaspriti.
Che non si calpesti di nuovo
                                           "l’occhialuto" Zivago.
Arrivederci bandiera rossa...
                                         Da te disserra il pugno,
che ti serra di nuovo,
                             ancora minacciando fratricidio,
quando all’asta
                       si afferra la marmaglia
o la gente affamata,
                      confusa dalla retorica.
Arrivederci, bandiera rossa...
                               Tu fluttui nei sogni,
rimasta una striscia
                          nel russo tricolore.
Nelle mani dell’azzurrità
                           e del biancore
forse il colore rosso
                          del sangue sarà liberato.
Arrivederci, bandiera rossa...
                          guarda, il nostro tricolore,
che i bari di bandiere
                         non barino con te!
Possibile anche per te
                         sia lo stesso giudizio:
pallottole proprie e altrui
                        ne hanno la seta divorato?
Arrivederci, bandiera rossa...
                        sin dalla nostra infanzia
noi giocavamo ai "rossi"
                         e i "bianchi" battevamo forte.
Noi, nati nel paese
                         che più non c’è,
ma in quell’Atlantide
                         noi eravamo,
                                               noi amavamo.
Giace la nostra bandiera
                                nel gran bazar d’Ismajlovo.
La "smerciano" per dollari,
                                              alla meglio.
Non ho preso il Palazzo d’inverno.
                                              Non ho assaltato il reichstag.
Non sono un "Kommunjak".
                                            Ma guardo alla bandiera e piango.

23 giugno 1992, Irkutsk
Traduzione di Evelina Pascucci -  "Arrivederci, bandiera rossa - Poesie degli anni Novanta" Tascabili Economici Newton - 1995
http://arpaeolica.blogspot.it/2017/04/arrivederci-evgenij-aleksandrovic.html

Solcano Praga i carri armati

Solcano Praga i carri armati
nel sangue acceso dell'aurora.
Solcano la «Pravda» i carri armati,
che non è il giornale.

Solcano le tentazioni i carri armati
di vivere non nel potere dei cliché.
I carri armati solcano i soldati,
che in essi sono seduti.

Signore, questa è una vigliaccata,
Signore, quale degradazione.
Solcano Jan Hus i carri armati,
Puskin e Petofi.

Solcano le tombe i carri armati
e quelli che non sono ancora nati.
Rosari di fermagli burocratici
trasformatisi in cingoli.

Sono forse nemico della Russia?
Forse non io —  felice
in carri armati altri, familiari,
ficcavo il naso, moccioso?

Posso come prima vivere, adesso
se quali pialle
solcano i carri armati la speranza
e carri familiari sono?

Prima ch'io crepi,
come denominato non importa,
ai posteri rivolgo
un'unica preghiera.

Che senza pianti, sopra di me
secondo il vero, scrivano soltanto:
«Scrittore russo. Da russi carri armati
a Praga schiacciato».

Poesia scritta da Evtušenko il 23 agosto 1968 e stampata nel 1990
Traduzione italiana di Evelina Pascucci, in “Evgenij Evtušenko. Arrivederci, bandiera rossa: poesie degli anni Novanta”, Newton Compton, 1995

post inserito il 02/04/2017
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4 commenti:

  1. Mamma mia, veramente una ricerca accurata e anche stressante, direi, ma molto esaustiva ed interessante. Io di Evtusenko oltre al libro "Poesie d'amore" autografato, che ti dicevo(era venuto a presentarlo, se non ricordo male, alla camera del lavoro di Milano), ho letto poco altro, tranne qualche poesia pubblicata in riveste. Complimenti. Ciao. Luigi G.

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    1. ti ringrazio per il commento, ciao a presto

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  2. in primis complimenti per il lavoro svolto per realizzare questo post, ma ne è valsa la pena per rileggere i versi di questo poeta.

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    1. è stato come una mia partecipazione alle onoranze per il suo addio; grazie per il commento, ciao

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